Novecento Siciliano

Quando lo Zolfo portò la Sicilia alla ribalta mondiale

La febbre dello Zolfo, che bruciò fortune e rese schiavi zolfatari e carusi, raccontata in Novecento Siciliano, il terzo romanzo di Maria Adele Cipolla appena dato alle stampe

Un romanzo di formazione in un contesto storico, il cui corpo principale prende avvio nell’anno 1900, quando la Sicilia si distingue nell’esportazione dello zolfo. Un primato che mantiene per una manciata di anni costruendo le fragili fortune di gestori di miniera giunti da tutta Europa, al costo però delle terribili condizioni di lavoro dei “carusi”, bambini schiavizzati dai capi minatori, in una catena di comando ignorata dalla società capitalistica. Sullo sfondo si consumano le contraddizioni della belle époque isolana, quella speranza di protagonismo economico e mondano che dialoga con un’Europa avviata inconsapevolmente alle guerre mondiali. Un affresco d’epoca che vedrà sopravvivere il germoglio dell’emancipazione sociale in Nicola, un caruso scampato al suo destino.

Con 33 illustrazioni dell’autrice.

La copertina del romanzo creata dall’autrice

Sinossi

L’imprenditore lombardo-veneto Gedeone Nuvolari è giunto con le figlie nel bacino minerario della valle del Salso, fra Agrigento e Caltanissetta, per gestire le miniere di Trabia, Tallarita e Trabonella. In un pomeriggio estivo la figlia Carolina vaga fra le campagne spingendosi fino alla riva del fiume Salso, dove scorge un bambino seduto sulla riva che urla e la scaccia via e che poi scoprirà essere un Caruso sfuggito al suo schiavista. Carolina è determinata ad aiutarlo e per questo sopporta giorni di insulti e dispetti finché riesce a conquistare la sua fiducia e a nasconderlo in una grotta.

Inizia così una doppia vita, in cui sfama e istruisce il piccolo fuggiasco, mentre la famiglia è impegnata nei preparativi del matrimonio della sorella Adele. Quando il Caruso si ammala, Carolina è costretta a rivolgersi all’ambulatorio della Croce Rossa da poco istituito nel bacino minerario. Lì si imbatte in Carmine Jacona, un giovane medico di alti ideali che, con l’aiuto di un infermiere, nasconde il bimbo nell’ambulatorio e poi lo fa ricoverare in un sanatorio palermitano. Rimasta sola Carolina vedrà trasformare il suo corpo in quella adolescenza che le era stata annunciata dalla sorella, mentre si mantiene in corrispondenza sia con Nicola che con il dottor Jacona, nell’ultimo caso scivolando lentamente da un rapporto formale ad uno più fraterno e intellettuale.

Nell’estate del 1904 le miniere siciliane vengono coinvolte in una stagione di scioperi e rivendicazioni sindacali, cosa che porterà il socialista dottor Jacona a riprendere il suo posto nell’ambulatorio della Croce Rossa, al bacino minerario gestito da Nuvolari. Carolina, che ha già maturato una propria coscienza sociale, ha occasione di confrontare le proprie opinioni con quelle di Carmine Jacona incontrandolo più volte, cosa che suscita i pettegolezzi della piccola comunità e allarma la famiglia. Dopo varie vicende e incomprensioni i due capiscono di amarsi, ma affiora l’impedimento ad una vita in comune: Carolina è figlia di un gestore di miniera, Carmine è un dottore socialista con scarso stipendio.

L’intercessione di Adele e di suo marito ottiene però il consenso paterno al matrimonio, che si svolge in fretta ed economia, con la presenza inaspettata di Nuvolari. I due sposini si trasferiscono quindi a Palermo, avviando una vita coniugale modesta, che a poco a poco si imborghesisce con i regali familiari e l’ingaggio di un’adeguata servitù. In città Carolina è spaesata, non più riverita come al bacino minerario, immersa in una metropoli ove lo sfarzo contrasta con la miseria e dove il rumore di carrozze e automobili si mischia al vociare popolare. Le è di compagnia Nicola, che adesso è uno studente ginnasiale al convitto, dove pernotta in attesa che una pratica burocratica trasformi Carmine nel suo tutore. Lentamente ognuno dei due troverà la propria strada per lasciare una piccola impronta, in mondo in procinto di cambiare con la Prima guerra mondiale.

Autrice

Nata a Palermo nel 1957, Maria Adele Cipolla si è diplomata a Palermo al Liceo Classico Garibaldi e a Firenze all’ISIA. Ha lavorato nel mondo dello spettacolo come costumista, scultrice e scenografa (Teatro Biondo Stabile di Palermo, Taormina Arte, INDA, Orestiadi di Gibellina, Teatro Vittorio Emanuele di Messina, Festino di Palermo). Sin da giovane è stata impegnata nella vita civica e politica e nel 1995 ha pubblicato Vivi Villa Trabia, diario piccolo di vita cittadina (edizioni Gelka), ripubblicato nel novembre 2023 col titolo Vivi Villa Trabia, diario di una battaglia civile”. Nel 2011 insieme ad altri autori ha pubblicato la raccolta “Un’estate a Palermo” (edizioni Di Lorenzo). Nel 2020 ha pubblicato Elda, vite di magnifici perdenti scritto a più riprese dal 2004. Nel novembre 2021 ha pubblicato Le Cicatrici d’oro (Edizioni Mohicani), scritto fra il novembre 2018 e l’aprile 2019. È una delle redattrici della rivista Mezzocielo. Col romanzo Le cicatrici d’oro è risultata finalista per la narrativa edita del Premio Letterario La città sul Ponte VII edizione 2022, con lo stesso romanzo è stata selezionata come finalista nell’edizione 2023 del Premio Letterario Giornalistico Piersanti Mattarella e della terza edizione, 2023, del Premio Letterario Emanuele Ghidini, dove ha ricevuto la menzione speciale “Il sogno di un mondo migliore”. Per le edizioni 2022, 2023 e 2024 è stata selezionata dallo staff del Salone Internazionale del libro di Torino per partecipare come autore nella libreria Self. Correda con propri acquerelli prodotti in digitale, sia i post del suo blog che i suoi romanzi.

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